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SUL CASO WELBY E L'ACCANIMENTO TERAPEUTICO

by Gabriele Bertani (24/12/2006 - 14:27)

Il caso di Piergiorgio Welby ha suscitato e continua a suscitare discussioni e polemiche sull'accanimento terapeutico, una piaga tipica della cultura moderna contrassegnata da una curiosa commistione tra dogmatismo scientifico-materialistico e dogmatismo religioso. Due cose apparentemente contrastanti, ma che spesso collaborano nel partorire mostri come quello di cui stiamo parlando. Il risultato è che a Piergiorgio Welby sono state prolungate artificialmente la vita e la sofferenza, contro la sua volontà che era invece orientata a spegnere quella macchina che lo costringeva a vivere una condizione che, dal suo punto di vista, non era più dignitosa e accettabile. Tutto questo fino a quando un medico coraggioso e temerario ha spento la macchina che lo teneva artificiosamente in vita, in ossequio alle richieste del paziente. Da parte scientifica le polemiche sono centrate sulla questione se sia o meno lecito interrompere una terapia, su richiesta del paziente, sapendo che questo ne causerà la morte. Da parte religiosa invece la questione è se sia lecito o meno sostituirsi a Dio nel decidere il momento della propria o altrui morte.

A nostro parere, il punto di vista scientifico-materialistico è viziato da un discutibile modo di intendere il concetto di terapia. Secondo loro, terapia è qualsiasi cosa che aiuta a tenere in vita il paziente da un punto di vista meramente meccanico, secondo noi invece per terapia si deve intendere qualcosa che permette al soggetto di esprimere sè stesso in modo dignitoso, secondo il suo insindacabile punto di vista e le sue personali concezioni esistenziali. Se una certa terapia non è considerata accettabile o dignitosa dal paziente, questa secondo noi non può essere imposta in nome di nessun dogma scientifico. Sulla questione religiosa del sostituirsi a Dio nel determinare il momento della morte propria o di un altro, anche qui si può ampiamente opinare se, nel caso in cui un organismo non più autosufficiente viene tenuto artificialmente in vita da una macchina, a sostituirsi a Dio sia il paziente che rifiuta quella terapia che considera inaccettabile, o non piuttosto il medico che prolunga artificialmente la vita di un soggetto attraverso quella macchina, senza la quale il soggetto stesso certamente morirebbe. Chi è dei due a pretendere di sostituirsi a Dio? Il paziente o il medico? E nel caso di Welby, possono essere davvero certi, i teologi, che a muovere la mano del medico che ha spento la macchina non sia stata l'imperscrutabile volontà divina, stanca magari di vedere un proprio figlio continuare a soffrire inutilmente?

Vogliamo sottolineare tuttavia che la questione non è se questa o quest'altra concezione dell'esistenza sia giusta o meno, a questo proposito ognuno ha le sue convinzioni. Noi naturalmente abbiamo le nostre, che come avrete capito non sono nè quelle del dogma materialistico nè quelle del dogma cattolico, ma non è questo il punto. Il punto è che nessuno ha il diritto di imporre le proprie concezioni esistenziali, qualunque esse siano, a un altro, soprattutto quando si tratta di cose così private come la gestione del proprio corpo fisico. Detto questo, aggiungiamo che, per questa ragione, secondo noi una nazione, se vuole essere una nazione civile, dovrebbe dotarsi di leggi che tengano conto del fatto che ognuno ha il diritto di accettare o rifiutare questo o quel dogma, questa o quella teologia, e che ha il pieno diritto di disporre del proprio corpo come meglio crede. Uno scienziato o un teologo può pensare quello che vuole sui concetti di vita e morte, ma non ha alcun diritto di imporre le sue concezioni agli altri. Secondo noi al paziente, al di là di qualsiasi considerazione di natura filosofica, scientifica o religiosa, deve essere comunque garantito il diritto di scegliere le terapie che crede, e di rifiutare quelle che non considera dignitose, per qualsiasi ragione. E' una semplice questione di rispetto, nient'altro.

La vicenda di Welby si è infine conclusa con un ultimo sfregio, sotto forma del rifiuto della Chiesa di concedere il funerale religioso come avrebbe voluto la famiglia. Si arriva quindi al paradosso che un funerale religioso in piena regola viene garantito ad un uomo come Augusto Pinochet, che sulla sua coscienza di morti e di sofferenze ne aveva una montagna, mentre viene negato a Piergiorgio Welby, reo soltanto di aver rifiutato una terapia che non considerava dignitosa. Anche questo accade oggi, nell'era del Kali Yuga. A questo punto ci auguriamo soltanto che, dopo l'accanimento terapeutico che ha subito Welby, non si debba assistere anche all'accanimento giudiziario nei confronti del medico che ha spento la macchina.

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